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Vocazione Francescana
Home ascoltare e pregare

Dov’è Dio? Ritrovare la speranza dentro le nostre notti

fra Nico Melato di fra Nico Melato
4 Febbraio 2024
in ascoltare e pregare, umanizzarsi
0

Chissà quante volte è capitato anche a noi di trovarci alla sera nel nostro letto e non riuscire ad addormentarsi, girarsi e rigirarsi tutta la notte, e la mattina non arriva mai… quando ci sono cose che ci affliggono, problemi, ansie, fatiche, decisioni da prendere, soluzioni che non arrivano…

Dal libro di Giobbe (Gb 7,1-4.6-7)

Giobbe parlò e disse:
«L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
I miei giorni scorrono più veloci d’una spola,
svaniscono senza un filo di speranza.
Ricòrdati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene».

A volte siamo davvero come Giobbe, e possiamo dire come lui: “Notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico “quando mi alzerò?”, la notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba”.

E dento queste notti faticose della nostra vita, dentro questa tristezza, questa angoscia, questa ansia, questa rabbia… forse anche a noi viene da dire come a Giobbe: “Il mio occhio non rivedrà più il bene”. Forse anche noi abbiamo la tentazione di perdere la speranza, perché vediamo che le cose non si sbloccano, che tutto resta difficile, anzi, che peggiora, che ce n’è sempre una…

Oppure, abbiamo un’alternativa. Sì, per quanto siamo incastrati sul fondo delle nostre esistenze, per quanto non ci sia davanti a noi nessuna via d’uscita, per quanto possiamo essere disperati, abbiamo sempre un’alternativa, una possibilità che niente e nessuno, che nessuna situazione potrà mai toglierci.

Abbiamo sempre la possibilità di gridare, come il salmista: “Risanaci, Signore, Dio della vita!” (Sal 146). Vieni Signore, abbiamo bisogno di te, tu sei il Dio della vita, sei il Dio che vuole che abbiamo la vita, che l’abbiamo in abbondanza, vieni Signore, vieni presto, risanami, salvami, vieni in mio aiuto!

Chiedere aiuto, avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo è già un primo passo. Anzi, è il passo decisivo, forse l’unico che ci è chiesto di fare, perché quando noi alziamo gli occhi al cielo, quando abbiamo il coraggio di gridare verso Dio, lui arriva.

Sì, lui arriva, arriva subito, arriva senza pretese, arriva anche se non siamo pronti, se non siamo puliti, se la casa non è in ordine. Arriva subito ed entra nella nostra vita. Il Signore viene, arriva, sempre. Arriva soprattutto dentro le nostre notti insonni, dentro le nostre febbri, dentro il nostro dolore. Arriva con il suo esserci, con il suo dire che il male non è mai l’ultima parola, che Giobbe aveva torno, che il tuo occhio potrà ancora rivedere il bene!

Sì, ma se non lo vedo?

Allora giustamente voi potreste dire: sì, vero, bello, però tante volte io non lo vedo, tante volte io lo chiamo e mi sembra che lui non risponda. Come faccio a sperimentarlo?

Questa è una domanda grande, a cui ciascuno di noi è chiamato a dare personalmente una risposta. È una domanda che percorrerà tutta la nostra vita e che siamo chiamati anche a fare direttamente al Signore: fatti vedere Signore, fatti incontrare, non farmi più aspettare!

Però una cosa vorrei condividerla con voi, un suggerimento che prendo da un versetto di san Paolo:

Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1Cor 9,23).

Paolo dice: “io faccio un sacco di fatica, mi spendo per voi, per tutti, giro in lungo in largo tutto l’impero romano, porto il Vangelo, la buona notizia, che Dio c’è, che Dio è a tuo favore, che Dio ti salva, che Dio viene a casa tua… ecco, io faccio tutto questo, perché? “Per diventarne partecipe anch’io”. Perché facendolo lo sperimento anch’io sulla mia pelle”.

Qui c’è un paradosso che, se lo comprendiamo un po’, ci può cambiare la vita: se noi facciamo come Gesù, se noi siamo per gli altri incarnazione di quel Dio che si prende cura, allora piano piano sperimentiamo anche nella nostra vita che Dio davvero si prende cura di noi.

Allora dobbiamo prendere come modello la vita di Gesù, le sue giornate, il suo modo di stare al mondo e di relazionarsi con Dio Padre e con i fratelli: preghiera in sinagoga, relazioni in casa, aiuto agli altri, riposo notturno, preghiera personale, incontri per strada, tutto questo parlando sempre della buona notizia (il Vangelo) e guarendo il male, prendendosi cura (se leggi il brano di Mc 1,29-39 troverai descritta proprio la giornata-tipo della vita di Gesù).

Ecco, se a poco a poco questo “stile di vita di Gesù” diventa modello per le nostre giornate, allora piano piano vedremo anche noi che le nostre stesse ferite cominciano a guarire, che le nostre febbri cominciano a passare, che le nostre notti cominciano ad essere riposanti.

Perché portando il Vangelo, incarnando il Vangelo, “ne divento partecipe anch’io”, come ci ha insegnato san Paolo, quella buona notizia che porto agli altri la sperimento anche nella mia vita.

Che il Signore ci faccia questo dono, oggi e ogni giorno. E che noi abbiamo la forza di scegliere di chiedere aiuto a lui e di rimboccarci le mani. Allora fiorirà vita nuova per noi e per tutti. Buon cammino!

fra Nico – franico@vocazionefrancescana.org

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Tags: anno liturgicodubbi e paureParola e vocazione
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